“IL SIGNORE MI DONO’ DEI FRATELLI” [FF 116] VIVERE IL VANGELO IN FRATERNITA’
di don Luca Gallina
La prima cosa che emerge da questa espressione è che Francesco è messo di fronte ad una triplice relazione data dai tre termini contenuti nella frase:
il Signore - Dio
mi donò - me stesso
dei fratelli - gli altri
Nell'interazione di queste tre realtà si viene a
sviluppare la fraternità come vincolo che unisce i tre termini della relazione:
Dio, la persona e gli altri, che Francesco definisce già con il nome di
fratelli. Interessante notare che per il
Santo non c'è un generico “altri”, ma vi è già una identità precisa, al di là
delle possibili e previe conoscenze, li chiama “fratelli”.
Fraternità, nel dizionario della lingua italiana, è definita come vincolo naturale
d'amore che esiste tra fratelli; suo sinonimo è fratellanza, sentimento di
solidarietà, di amicizia simile a quello che lega tra loro i fratelli.
Vorrei sottolineare, dunque, che fraternità
innanzitutto ci rimanda all'esperienza familiare della consanguineità. A
determinare l'esperienza della fraternità c'è quindi questa fondamentale
consapevolezza di una coappartenenza: veniamo dallo stesso utero, dalla stessa
madre. Anche nel significato traslato ed esteso del termine rimane comunque
tale riferimento: questo utero si può dilatare, può abbracciare non solo la
famiglia biologicamente intesa, ma anche un clan, coloro che si richiamano al
medesimo capostipite, mitico o non mitico. Nella forma più estesa della
fraternità, quella che considera tutti gli uomini come fratelli fra loro, è
comunque necessario l'affermarsi della fede in un unico Dio, padre e creatore
di tutti, per giungere alla consapevolezza di una fraternità fra tutti gli
uomini.
Alcuni tratti tipici della fraternità:
1. Innanzitutto la fraternità non si costituisce
solamente su un piano orizzontale di rapporti. Non bastano la simpatia o
l'affinità a costruire la fraternità: è imprescindibile la linea verticale, con
il suo riferimento a un padre e a una madre comuni. In un linguaggio già religiosamente
determinato, potremmo dire che l'uomo viene restituito all'uomo come fratello
quando viene restituito a Dio come padre, o viceversa che la fraternità sorge
dalla rivelazione di un padre comune. Perché ci sia fraternità è necessaria
dunque questa verticalità, non soltanto l'esperienza di un rapporto
orizzontale.
2. A questa prima osservazione ne segue
immediatamente una seconda: l'essere fratelli non dipende dalla scelta, ma da
un'accoglienza. Se fra amici ci si può scegliere, fra fratelli ci si deve
accogliere; o ci si accetta, o ci si rifiuta. Nella fraternità il fondamento
della relazione non è l'elezione, ma l'accoglienza.
3. Si può ancora approfondire questo elemento
con una terza osservazione: perché ci sia fraternità devo riconoscere l'altro
come fratello. Si tratta appunto di un riconoscimento. Non sono io a creare o a
predeterminare le condizioni della fraternità, io le posso solo accogliere e
riconoscere. Questo significa che l'esperienza della fraternità non rientra
nell'ambito di ciò che posso produrre con la mia volontà, con lo sforzo delle
mie mani o con la fantasia della mia intelligenza; ha sempre la dimensione di
un dono che mi precede, e dunque anche la dinamica di una vocazione che mi
chiama e mi interpella personalmente. Quella della fraternità è sempre
esperienza di vocazione e quindi di responsabilità: devo rispondere all'appello
della fraternità. Non è un caso che nella prima pagina biblica sulla
fraternità, l'episodio di Caino e Abele, ritornino entrambi questi temi: la necessità
di custodire il fratello come pure di rispondere del fratello e al fratello.
4. Infatti, ed ecco una quarta osservazione,
inscritto nella fraternità c'è anche il tema del rispondersi reciprocamente, e
dunque del corrispondersi. La fraternità chiede reciprocità, come pure postula
una certa parità fra fratelli, la quale tuttavia, e questo la Bibbia lo
sottolinea continuamente, appare sempre molto esile, facilmente contestata. Il
tema biblico ricorrente per sottolineare la fragilità della relazione nell'ambito
della prima forma di fraternità, quella carnale, è l'indagine sul difficile
rapporto fra figlio maggiore e figlio minore, che incontriamo in particolare
nel libro della Genesi. Anche nell'ambito della fraternità più allargata
ritorna la sottolineatura di una relazione che, se da un lato esige parità,
dall'altro risulta continuamente esposta alla sua smentita.
5. Comunque sia, l'accoglienza del fratello
passa sempre attraverso il riconoscimento della sua diversità. La Bibbia ha
tutt'altro che una visione idealizzata della fraternità, il suo sguardo è al
contrario molto disincantato, tanto che la fraternità è spesso giudicata come
il luogo maggiormente esposto all'esplodere del conflitto, o quanto meno della
difficoltà.
6. Un sesto carattere segnala che la fraternità
circoscrive sempre uno spazio, una sfera di appartenenza: c'è un «dentro» e un
«fuori», un luogo della fraternità che si costituisce rispetto a un fuori, che
rimane luogo dell'estraneità. Questo «fuori-dentro», tipico dell'esperienza della
fraternità, non va inteso esclusivamente in senso negativo: non mancano
certamente alcuni aspetti deteriori che vanno ricordati, ma non dobbiamo
dimenticare il suo tratto più positivo: il dentro della fraternità crea sempre
un'intimità, un calore familiare, un focolare domestico, un senso di
coappartenenza, una profondità di relazioni che sono indispensabili per la
maturazione della persona. Ciò significa che la fraternità è anche luogo della
profondità, dell'intimità della relazione che personalizza e rende concreta la
nostra apertura all'amore. Quando nella sua Prima lettera Giovanni afferma che
«chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1
Gv 4, 20b), dobbiamo intendere questa affermazione in tutta la sua concretezza,
anche corporea e sensoriale. Proprio colui che vedo, che tocco, con il quale mi
relaziono ogni giorno, che devo amare: il fratello che mi sta di fronte, non
quello che immagino in astratto. Il dentro della relazione fraterna è lo spazio
della personalizzazione dell'amore, il luogo dove l'amore non rimane una buona
intenzione, molto generica, ma si fa parola, sguardo, accoglienza.
7. Un ultimo tratto tipico dell'esperienza della
fraternità: attraverso di essa l'altro mi costituisce in una nuova identità. Nel
momento in cui chiamo l'altro «fratello», io conferisco un nome nuovo anche a
me stesso, appunto quello di fratello. Non posso chiamare l'altro «fratello»,
se nel contempo non riconosco questa mia nuova identità personale che
l'esperienza della fraternità mi dona di vivere. Riconoscere di avere un
fratello significa sempre accedere a una nuova conoscenza di se stessi. Nella
reciprocità del rapporto con l'altro dico il mio senso nel momento in cui dico
il suo senso, nego il mio senso nel momento in cui nego il suo. Questo implica
che la relazione di fraternità diviene autentica solo se giunge a un impegno
totale di vita, che coinvolge tutto l'essere della persona, non solo alcuni
aspetti della personalità, la sfera dell'avere piuttosto che quella del fare o
dell'agire; l'imperativo della fraternità è un imperativo a essere fratello,
prima ancora che a vivere determinate relazioni o a compiere specifiche azioni
verso qualcun altro. Ne consegue che occorre che sia l'altro a determinare chi
sono: il mio essere fratello non precede la relazione, ma si costruisce
attraverso di essa.
Il dono della fraternità evangelica: essere chiamati.
Dal Vangelo secondo Marco
Salì poi sul monte, chiamò a sè quelli che voleva
ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che chiamò apostoli, perché
stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.
Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi
Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il
nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; e Andrea, Filippo, Bartolomeo,
Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda
Iscariota, il quale poi lo tradì.
Dalla lettura di questo brano possiamo
evidenziare che cosa si intende per fraternità secondo il Vangelo.
Possiamo sottolineare tre aspetti:
a) Gesù chiamò a sé quelli che egli volle.
Sapersi chiamati personalmente da Dio
costituisce l'esperienza fondamentale di ogni vocazione alla sequela nella
fraternità.
b) Fraternità: perché stessero con lui.
La chiamata è sempre personale e la vocazione si
situa nella relazione personale, ma l'ambito in cui vivono e si realizzano
questa scelta e questa sequela è sempre la fraternità/comunità e la storia
reale degli uomini. La vocazione vissuta fuori da questo ambito è un inganno.
La fraternità/comunità è il luogo in cui risuona la chiamata, dove questa
prende forma concreta. Ogni chiamata è appartenenza ad una fraternità, a
crescere in essa, a creare comunione con i fratelli. Quando Gesù chiama, chiama
a vivere in comunione con lui e con i fratelli e non è possibile seguire Gesù
al di fuori di questo ambito.
c) Per mandarli a predicare e a cacciare i
demoni.
Gesù chiama alla sua sequela in fraternità per
annunciare e costruire a partire da essa la comunione del Regno nella storia
degli uomini. La fraternità diventa la prima testimonianza che il Regno di Dio
è realizzabile. Ogni missione incomincia, dunque, dalla propria fraternità per
estendersi a tutti i fratelli del mondo.
Ritroviamo qui i tre termini della relazione:
- Individuale: ogni essere umano è
irrepetibile, uno e differenziato dagli altri. La chiamata di Gesù raggiunge la
persona nel suo centro e pronuncia il suo nome invitandola alla sequela.
- Sociale: l'uomo è un essere sociale, il cui
vivere si definisce come un convivere e il suo farsi persona consiste nel
vivere assieme ad altre persone che pronunciano il suo nome. L'uomo è relazione
e diventa persona e cresce e si sviluppa soltanto nell'ambito di relazione
interpersonali. Gesù, che chiama i dodici a stare con lui, è il fondamento che
dà coesione al gruppo perché diventi comunità fraterna, «tralci di un'unica
vite» (cfr. Gv 15, 1-9).
- Storica: l'uomo fa la propria vita nel proprio
mondo insieme ad altri uomini. Gesù chiama i suoi per costruire delle
fraternità, delle comunità che trasformino la storia divisa: far diventare
realtà la fraternità universale voluta dal Padre nella missione del Figlio e
nello Spirito Santo.
La fraternità oggi…
“Un giorno un tale pose questa domanda a un
eremita che aveva incontrato per caso nella foresta: «Ditemi, Padre, quando
verrà la fine del mondo?». E quel sant'uomo, sospirando rispose: «Lo vuoi
sapere?... Quando non ci sarà più sentiero tra l'uomo e il suo vicino»”.
In queste parole troviamo una definizione del
senso della vita fraterna: quando gli uomini pretenderanno di vivere dietro
steccati egoistici, chiuderanno i cuori l'uno nei confronti dell'altro, si
scorderanno l'amore, il servizio reciproco, la comunione, la vita si svuoterà
di senso, il mondo sarà giunto alla sua fine.
Fraternità è un evento:
a) donato: il Signore, dicono Francesco e Chiara, mi donò. Qui entriamo
nell'ordine della gratuità; Dio ci fa un regalo; che tipo di regalo? Per natura
siamo bisognosi dell'altro. “Essere bisognosi” non è una ricerca dei propri
interessi, ma, qui, significa che l'essere umano non può esistere da solo, ha
necessità di «Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli
corrisponda» [Gen 2,18]. Dunque, il dono mi fa prendere coscienza dalla prima
relazione che mi caratterizza: Dio, la fonte della mia vita, primo dono
ricevuto gratuitamente, senza nessuna richiesta. La fraternità è il “risultato”
dei doni di Dio dati a coloro che sono stati chiamati: la pagina evangelica che
abbiamo letto (Mc 3, 13-19) ne è l'immagine. [gratuità]
b) accolto: il dono viene gratuitamente nella mia esistenza, l'atto di accogliere
stabilisce una relazione che mi mette in gioco, che apre la porta all'altro.
Questo secondo aspetto mette in evidenza il secondo termine della relazione:
l'altro/gli altri, con cui stabilire un legame di “dipendenza”; essi
costituiscono il “contenuto” di questo dono. Il Signore mi dona dei
fratelli/sorelle. Nei volti di coloro che mi stanno accanto leggo la tenerezza
del Signore che ha pensato a me, al mio bisogno di amore e di comunione
donandomi il fratello e la sorella. Accogliere il dono così come è, senza
pretese che sia diverso: la fraternità non nasce dalla “selezione”, ma
dall'accoglienza gratuita di coloro che mi sono stati dati: nella fraternità il
fondamento della relazione non è l'elezione, ma l'accoglienza della diversità
dell'altro.
c) custodito: ciò che ci è stato donato e accolto va custodito come qualcosa di prezioso a cui teniamo. Entra in gioco, ora, il terzo termine della relazione: io, la mia persona, che già ha accolto il dono. L'idea del custodire percorre l'esperienza evangelica di Maria, la Madre di Gesù, fin dall'annuncio dell'Angelo e scorre tutta la sua vita nei momenti più salienti (la presentazione di Gesù al tempio, il suo ritrovamento tra i dottori, ecc.): «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19).
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